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Sostenibilità e imprese zootecniche: quali sono le recenti strategie green adottate in Italia?
Sostenibilità
15/09/2022
3 min.
Sostenibilità

Nonostante il tema della sostenibilità nel settore delle carni sia sempre più di interesse per i consumatori e i policy-maker, le ricerche sul tema si sono finora concentrate principalmente su analisi e indagini sulla sostenibilità ambientale della filiera nel suo complesso, fornendo invece poche informazioni sulle scelte che le singole imprese hanno compiuto per integrare il concetto di sostenibilità nelle loro attività.

Per colmare questa lacuna, ALTIS – Università Cattolica, in collaborazione con Progetto VIS – Valore Impresa Sostenibile e OPERA – Osservatorio europeo per l’agricoltura sostenibile, ha analizzato strategie e politiche ambientali, sociali e di governance attuate dalle imprese della filiera delle carni italiana, al fine di evidenziare e mappare i progressi sul territorio nazionale (1).

 

Allevamento e trasformazione: la filiera italiana e le nuove esigenze

Nell’esaminare le caratteristiche della filiera delle carni sono 2 le fasi di maggior interesse dal punto di vista analitico: allevamento e trasformazione.

Una delle prime caratteristiche che contraddistingue l’allevamento nazionale è l’elevatissimo standard di benessere animale, testimoniato anche dai diversi accordi di filiera e dalle nuove certificazioni esistenti. La fase di trasformazione negli anni si è allineata ai progressi fatti in termini di innovazione tecnologica, ottimizzando le produzioni, i controlli, i sistemi di tracciabilità e di conseguenza la sicurezza alimentare. In generale, dunque, il settore delle carni negli ultimi anni ha iniziato ad ascoltare le diverse esigenze: “bottom-up”, dai consumatori sempre più attenti a benessere e sicurezza e “top-down”, dalle normative nazionali e internazionali quali, ad esempio, il Green Deal e la strategia Farm to fork. Circa le scelte dei consumatori, è interessante notare come siano driver di sostenibilità davvero rilevanti: lo sviluppo verso modelli di produzione meno impattanti rappresenta un’opportunità di crescita per le imprese zootecniche per essere competitive sul mercato, considerando che una recente pubblicazione della Commissione Europea ha proprio evidenziato come i consumatori si dichiarino disposti a pagare prezzi più alti per prodotti con alti standard di benessere animale supportati da informazioni chiare e trasparenti (1).

 

Imprese zootecniche italiane e sostenibilità:  qual è la situazione?

Per valutare la sostenibilità d’impresa è stata considerata sia l’esistenza di un approccio interno e strutturato alla sostenibilità (strumenti di comunicazione, rendicontazione, bilanci, report…) sia l’effettiva presenza delle pratiche adottate nel rispetto delle tematiche di sostenibilità sociale, ambientale e di governance rilevanti per il settore delle carni, secondo una matrice di materialità settoriale che ha permesso di affidare un punteggio a ciascuna area (2,3).

L’indagine ha mostrato che attualmente, in Italia, solo 1 impresa su 3 considera la sostenibilità un asset strategico e quasi il 70% delle aziende che portano avanti iniziative di sostenibilità lo ha fatto in modo frammentario. Le imprese che si sono distinte sono state le grandi imprese, strutturate e capaci di affrontare i cambiamenti, a differenza delle credenze collettive che associano spesso il concetto di sostenibilità alle piccole imprese. Per approfondire ulteriormente questa tematica i risultati della ricerca sono stati presentati via webinar da un panel di esperti, tra cui il  Prof. Giuseppe Pulina, Presidente di Carni Sostenibili.

[link al video]

 

  1. Unicatt, Altis, Vis, Opera. (2022). La sostenibilità nel settore delle carni e dei salumi: un focus sulle imprese italiane Presentazione del report di ricerca
  2. Dinh, T., Husmann, A., & Melloni, G. (2022). Corporate Sustainability Reporting and Performance in Europe: A Scoping Review. Available at SSRN.
  3. Molteni, M. (2007). Gli stadi di sviluppo della CSR nella strategia aziendale. Impresa Progetto-Electronic Journal of Management (2).
A cura di
Redazione
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Il bovino, un passato e un futuro di successo
Sostenibilità
26/07/2022
4 min.
Sostenibilità

Quando l’uomo ha fatto i suoi primi passi sulla terra, circa 4 milioni di anni fa, il bovino c’era già. Assai diverso da quello di oggi, certo, come diversi da noi erano gli australopitechi dai quali si fa iniziare il percorso evolutivo dell’uomo. Tozzo, resistente, capace di sopravvivere in condizioni estreme, l’antico Bos planifrons delle origini evolverà durante il pleistocene nell’Uro o Bos taurus primigenius, progenitore dei bovini.

Presto si rivelerà all’uomo come una fonte di cibo prezioso, ricco di quelle proteine delle quali il cervello dell’Homo abilis e poi dell’Homo erectus ha bisogno per la sua crescita. Relativamente facile da cacciare, il Bos primigenius non si limitava a fornire cibo, ma la sua pelle si trasformava in indumenti per proteggersi dal freddo, le sue grandi corna cave diventavano contenitori o si trasformavano in arnesi da lavoro.

Grazie ai suoi quattro stomaci, che contraddistinguono tutti i ruminanti, il bovino può trarre sostentamento da vegetali anche poveri di nutrienti. Per merito della particolare fisiologia del suo apparato digerente, è praticamente indipendente dalle fonti alimentari delle quali dispone. Tanto da essere in grado di sintetizzare autonomamente aminoacidi e vitamine che non sono presenti nel cibo che assume. Un compito impossibile per chi di stomaci ne possiede uno solo, come nel caso dell’uomo.

Non è un caso se fra i perissodattili del Cenozoico, ricco di vegetazione, i ruminanti resistettero meglio di altri erbivori e tuttora sono rappresentati da oltre 70 generi, fra i quali il bovino del quale ci occupiamo. Una storia di successo, che prelude a un futuro di successo, ma di questo parleremo poi.

Dunque, dalla notte dei tempi il bovino ha continuato ad aiutare l’uomo, assumendosi il compito di mangiare erba e vegetali (indigeribili per l’uomo) trasformandoli in proteine, energia e vitamine.

Quando l’uomo cacciatore divenne uomo agricoltore (in parte costretto dagli eventi, come la mancanza di prede), non tardò a comprendere che il bovino non era solo carne.

Il latte che fa crescere i vitelli è un prezioso alimento, quasi importante come la carne. Ma il latte non si può “cacciare”, per ottenerlo occorre “stringere un patto” con il bovino, assicurandogli in cambio cibo e protezione. È l’inizio della domesticazione e della collaborazione fra uomo e bovino che continua anche oggi.

Con la domesticazione, che gli storici fanno risalire a circa diecimila anni fa, il bovino si trasforma da riserva di cibo a forza motrice per spingere il primo rudimentale aratro, il cui vomere era prima in legno e poi in ferro. Il bovino diventa così un importante protagonista della storia dell’uomo. Emblema di fertilità il toro che feconda la terra, animale sacrificale per le divinità, simbolo di forza e coraggio, a volte eretto egli stesso a divinità.

Molte le raffigurazioni che così lo rappresentano millenni avanti Cristo. Steli egizie, ceramiche greche, affreschi pompeiani, reperti archeologici fra Asia, Africa ed Europa, dove il bovino si è più diffuso, sono lì a testimoniarne ruolo e importanza.

Dunque, non solo carne e latte, ma anche lavoro, è quanto si è chiesto al bovino. Nascono così, guidate dall’uomo, le razze bovine a triplice attitudine che hanno popolato le nostre campagne sino all’avvento, agli inizi del secolo scorso, dei primi trattori.

Incontriamo i progenitori del gigante toscano, la razza Chianina, del muscoloso Piemontese e della frugale Podolica, e delle tante altre razze che confermano la capacità del bovino di adattarsi al meglio all’ambiente che lo ospita.

Non dovendo più assolvere al compito di forza motrice, oggi il bovino può fare al meglio ciò che gli è più congeniale, produrre carne e latte. E lo può fare con la stessa efficienza che gli ha consentito di superare indenne una storia lunga milioni di anni. Ha aiutato l’uomo ad essere come lo conosciamo oggi e ha le carte in regola per accompagnarlo nelle sfide del futuro, prima fra tutte quella alimentare.

Ci attende un mondo sempre più popolato (le proiezioni indicano in 9,7 miliardi la popolazione mondiale nel 2050) e non sarà facile per la stessa terra di ieri sfamare l’uomo di domani.

Il bovino, che non compete con l’uomo in quanto a cibo, si rivelerà prezioso per fornirci proteine nobili, energia e vitamine. E se in un lontanissimo passato ci dava cibo e un riparo dal freddo con la sua pelle, domani potrebbe scaldarci con i frutti del suo metabolismo. Trasformati in biogas e biometano.

A cura di
Angelo Gamberini
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Quanto impatta davvero l’allevamento in Italia?
Sostenibilità
07/07/2022
3 min.
Sostenibilità

Il dibattito sull’impatto ambientale delle produzioni agroalimentari e zootecniche continua ormai da anni, con la zootecnia al centro come massimo esponente e i bovini come maggiori responsabili del cambiamento climatico. Tuttavia, diversamente dalle fuorvianti informazioni che si trovano sul web, nel suo complesso la filiera delle carni bovine non ha un elevato impatto in termini di emissioni di anidride carbonica (CO2), ma anzi sembra partecipare al raggiungimento della neutralità climatica (1,2).

Quando si valuta l’impatto delle emissioni di gas a effetto serra che hanno le attività umane, è importante considerare tutti gli elementi che costituiscono l’attività. In particolare, per quel che riguarda l’allevamento bovino, è necessario considerare tanto la fase di allevamento quanto le fasi precedenti, come quella della produzione degli input agricoli, necessari ad assicurare ai bovini un’alimentazione corretta.

Le piante presenti nei terreni destinati al pascolo e quelle coltivate appositamente per l’alimentazione bovina, infatti, presentano un potenziale di riduzione delle emissioni di carbonio davvero notevole e sottovalutato. Grazie alla fotosintesi clorofilliana, le piante crescono assorbendo anidride carbonica e rilasciando ossigeno e, in questo modo, sottraggono carbonio all’atmosfera (processo noto come fissazione del carbonio) (1) e partecipano attivamente al contrasto dell’effetto serra (3).

In Italia, ad esempio, considerando le emissioni prodotte dagli animali e confrontandole con la capacità delle produzioni di mangimi di assorbire CO2, emerge chiaro come la filiera zootecnica, nel suo complesso, non contribuisca all’aumento dei gas a effetto serra in atmosfera ma anzi si bilanci da sola. Questa caratteristica è nota come carbon neutrality e viene descritta come la capacità di riuscire a compensare l’impatto dei gas tra una fase e l’altra della catena produttiva arrivando ad avere emissioni nette zero di CO2 (2).

Una volta chiarito questo concetto è importante capire come quantificare in numeri le emissioni di CO2.
Nella maggior parte dei casi viene usata la carbon footprint, una misura che esprime la totalità delle emissioni di gas associate direttamente o indirettamente ad un prodotto, un’organizzazione o un servizio (4). Tutti i gas che hanno un effetto sul cambiamento in atmosfera, grazie a questa misura, vengono convertiti in CO2 equivalente (CO2eq) così da poter ottenere dei valori confrontabili tra loro e quantificare numericamente le emissioni.

In Italia, complessivamente, considerando la carbon footprint, la zootecnia è responsabile di circa 66.200.000 tonnellate di CO2eq mentre i vegetali coltivati sottraggono all’atmosfera circa 73.300.000 tonnellate di CO2, con una differenza tra i valori emissione/sottrazione superiore di circa il 10% (raggiungendo così la neutralizzazione delle emissioni). In altre parole, ogni 100 kg di CO2 prodotta dall’attività zootecnica genera 110 kg di CO2 di stock nella biomassa, il che dovrebbe aiutare a compensare non solo la CO2 prodotta dall’allevamento ma anche da altre attività umane (1).

  1. De Vivo, R., & Zicarelli, L. (2021). Influence of carbon fixation on the mitigation of greenhouse gas emissions from livestock activities in Italy and the achievement of carbon neutrality. Translational Animal Science, 5(3), txab042.
    2. IPCC. (2018). Annex I: Glossary [Matthews, J.B.R. (ed.)]. In: Global Warming of 1.5°C. An IPCC Special Report on the impacts of global warming of 1.5°C above pre-industrial levels and related global greenhouse gas emission pathways, in the context of strengthening the global response to the threat of climate change, sustainable development, and efforts to eradicate poverty.
    3. Ciccarese, L., & Kloehn, S. (2010). La capacità fissativa di carbonio nei prodotti legnosi: una stima per l’Italia. Agriregionieuropa, 6, 21.
    4. Ministero della Transizione Ecologica (2022). Cos’è la «carbon footprint»? https://www.mite.gov.it/pagina/cose-la-carbon-footprint

 

A cura di
Giuseppe Pulina
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Carbon footprint e filiera delle carni italiana: tra le produzioni animali più virtuose al mondo
Sostenibilità
02/06/2022
3 min.
Sostenibilità

Per far fronte all’aumento mondiale della domanda di prodotti di origine animale e rispettare le emergenti necessità ambientali, il settore zootecnico sta re-ingegnerizzando i suoi processi produttivi, con l’obiettivo di ridurre le emissioni, limitare i consumi di acqua, migliorare il benessere degli animali e degli operatori di settore, mantenendo comunque alti gli standard di sicurezza alimentare e sostenibilità nella sua triplice accezione (ambientale, sociale ed economica).

Le filiere delle carni, infatti, dovranno garantire dei prodotti accessibili a tutte le fasce di reddito senza dimenticare l’importanza di preservare le tradizioni locali e il paesaggio rurale che le ospita.
In questo l’Italia, negli ultimi anni, si è già dimostrata un Paese vincente, soprattutto per i progressi fatti nella filiera delle carni bovine circa le emissioni in atmosfera (1).

Riduzione delle emissioni: Quale impronta di carbonio ha l’allevamento bovino in Italia?

Dal confronto effettuato tra l’impronta di carbonio della produzione delle carni bovine italiane rispetto alla media mondiale (2), emerge chiaro come le emissioni del settore bovino italiano siano meno della metà rispetto alla media delle emissioni degli altri Paesi (10,4 vs 25,3 kg di CO2 per kg di carne), ponendo il nostro Paese fra i più virtuosi al mondo (1).

Oltre a questo dato incoraggiante è interessante notare anche come, spesso, nella valutazione della filiera bovina, venga sottovalutato il potere di mitigazione delle emissioni operato dalle colture foraggere destinate all’alimentazione degli animali che, in quanto vegetali con capacità fotosintetiche, hanno un potere di fissazione di carbonio in grado di compensare le emissioni di gas serra delle fasi successive, portando il sistema nel suo complesso a bilanciarsi e partecipare alla cosiddetta carbon neutrality (3).

Questo obiettivo, oltretutto, dovrebbe basarsi su una distinzione più attenta anche circa i diversi gas a effetto serra, poiché tra loro presentano un impatto differente in termini di emissioni e permanenza in atmosfera. Ma cosa significa?

Le emissioni di gas a effetto serra sono convenzionalmente espresse in peso di CO2 equivalente (CO2eq) secondo il potenziale di riscaldamento globale (GWP), un valore attribuito ai diversi gas da standard fissi (4). Per quelli emessi dal settore dell’agricoltura e dell’allevamento, oltre all’anidride carbonica (CO2), vengono considerati determinanti anche il metano (CH4), che equivale a 25 CO2eq, e il protossido di azoto (N2O), che equivale a 298 CO2eq.

Questi valori fissi, tuttavia, non considerano la differente emivita di questi gas in atmosfera, ovvero il tempo necessario affinché la concentrazione di una sostanza si riduca a metà di quella iniziale.
A tal proposito, CO2 e N2O, permangono in atmosfera per diverse centinaia di anni, mentre il metano, principale gas climalterante attribuito all’allevamento, ha un’emivita di soli 8,6 anni, un tempo non sufficiente affinché il gas si accumuli in atmosfera e pertanto non in grado di contribuire realmente al riscaldamento globale.
Considerando così il perdurare del gas in atmosfera, dal confronto tra le emissioni di CH4 del sistema italiano negli ultimi 30 anni (5), è dunque facile capire quanto in realtà questo dato presenti un tasso di riduzione tale (-0,66%), da partecipare addirittura alla soluzione del problema del riscaldamento globale (1).

  1. Pulina, G.La sostenibilità della produzione delle carni in Italia. Giuseppe Pulina
  2. FAO, (2021). Global Livestock Environmental Assessment Model (GLEAM). https://www.fao.org/gleam/en/
  3. De Vivo, R., & Zicarelli, L. (2021). Influence of carbon fixation on the mitigation of greenhouse gas emissions from livestock activities in Italy and the achievement of carbon neutrality. Translational Animal Science, 5(3), txab042.
  4. IPCC, 2019. Climate Change and Land. https://www.ipcc.ch/srccl/.
  5. ISPRA, 2021. Italian greenhouse gas inventory – 1990-2019. ISPRA, Rapporti 341/21. ISBN 978-88-448-10467.
A cura di
Giuseppe Pulina
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Il bovino, un aiuto contro la desertificazione
Sostenibilità
30/03/2022
3 min.
Sostenibilità

L’allevamento del bovino può fornire un importante contributo nel contrastare i cambiamenti climatici e ridurre l’avanzare dei processi di desertificazione. Un’affermazione che sembra in contrasto con talune convinzioni, che vorrebbero imputare all’allevamento le maggiori responsabilità in tema di impatto ambientale. Non è così, come mostrano molte evidenze scientifiche. Ma andiamo con ordine, iniziando dal prendere in esame il tema della desertificazione.

“Degrado delle terre attribuibile a varie cause, fra le quali le variazioni climatiche e le attività antropiche”. Così è stata definita la desertificazione dall’Onu (Rio 1992, Conferenza su ambiente e sviluppo), chiamata a dare una risposta a un problema che già allora era evidente. E che oggi, complice i cambiamenti climatici, si fa ancora più pressante, interessando il bacino del Mediterraneo e dunque anche l’Italia e in particolare alcune aree, anche estese, di Puglia, Sicilia e Sardegna. Coinvolgendo, inaspettatamente, una larga parte della “fertile” Pianura Padana, tanto che circa il 30% della sua superficie è predisposta al rischio di desertificazione.

Non si tratta solo di un evento congiunturale, attribuibile a periodi di siccità, ma di una trasformazione del terreno, che perdendo le sue normali caratteristiche bio-chimiche-fisiche, riduce la capacità di produrre alimenti.

Osservando come il fenomeno si presenta in Italia, si nota la maggiore criticità riscontrata nelle regioni insulari. C’è chi (Enea, progetto Riade) ha cercato di chiarirne le cause. Il clima e la piovosità hanno a questo proposito un ruolo importante, al quale si aggiunge quello delle attività antropiche.

È a questo punto che entra in ballo l’allevamento dei bovini, la cui presenza si dimostra utile per la fertilità del terreno e per il contrasto alla desertificazione. Prendiamo il caso della Sicilia, la più grande regione italiana in quanto a superficie. Modesto però il suo patrimonio bovino, che si ferma a poco oltre 339mila capi (fonte Anagrafe zootecnica), appena il 6% del totale.

E allora la vulnerabilità della pianura Padana come si giustifica? Anche in questo caso un’occhiata alla distribuzione degli allevamenti torna utile. L’area maggiormente a rischio di desertificazione è quella orientale. Più che stalle, si incontrano frutteti, vigneti e poche colture foraggere. Qui la produttività dei terreni è assicurata dagli apporti in azoto, fosforo e potassio, affidati in prevalenza ai concimi chimici. Perfetti per “alimentare” le piante, ma insufficienti a garantire la fertilità del terreno. Fertilità che nasce da un mirabile connubio di elementi chimici, di miliardi di microrganismi e di caratteristiche fisiche capaci di catturare l’acqua e cederla alle piante. In una parola, l’humus.

Fondamentale per l’humus è il letame dei bovini, capace com’è di arricchire il terreno di sostanza organica, migliorandone la struttura fisica, apportando al contempo una preziosa micropopolazione microbica.

Lasciate a “maturare” in concimaia, le deiezioni dei bovini mescolate con la lettiera innescano un processo di fermentazione che opera una sorta di ottimizzazione della popolazione batterica presente, sanificando la massa. L’esito è un prodotto ricco in azoto e fosforo a lento rilascio, che alle proprietà fertilizzanti associa quelle ammendanti. Quando occorre, il processo di maturazione del letame può essere “pilotato” per rispondere alle esigenze agronomiche dei diversi territori ai quali è destinato.

Senza scomodare le più recenti tecnologie per la produzione di biogas e biometano, dove il letame ha dimostrato una sostenibilità persino superiore a quella dell’idrogeno, l’allevamento del bovino si conferma un alleato dell’uomo nella lotta ai cambiamenti climatici. Accade in fase di allevamento, grazie al bilancio positivo nel sequestro di carbonio, e continua nelle fasi successive, favorendo la fertilità dei terreni. Gli stessi terreni che grazie al letame produrranno di più e miglioreranno la loro capacità di ritenzione idrica, allontanando lo spettro della desertificazione.

A cura di
Angelo Gamberini
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Un bovino per sfamare il Pianeta
Sostenibilità
29/03/2022
4 min.
Sostenibilità

La “fame” di proteine è destinata ad aumentare sotto la spinta di due fattori: la crescita della popolazione mondiale, che secondo le stime Onu (1) già oggi conta 8 miliardi di persone, e il miglioramento del tenore di vita nelle aree meno sviluppate.

Crescerà la domanda di carne, capace di assicurare un contenuto in proteine nobili e aminoacidi essenziali, scarsamente presenti nelle produzioni vegetali, e crescerà al contempo la richiesta di alimenti per il bestiame. Un processo che va opportunamente indirizzato per evitare le conseguenze negative sul piano economico, sociale e ambientale di una crescita “disordinata”. E qui entra in gioco l’allevamento dei bovini. Vediamo perché.

Capace com’è di alimentarsi con erbe e fieni, il bovino ha il vantaggio di non entrare in competizione con l’uomo per quanto riguarda il cibo. L’efficienza del suo sistema digerente lo mette in grado di utilizzare alimenti poveri e fibrosi (persino la paglia), che per l’uomo non hanno alcun valore nutritivo.

Nella dieta dei bovini trovano posto gli insilati di mais, dove tutta la pianta (dalle foglie allo stocco) viene opportunamente sminuzzata e conservata in particolari condizioni di parziale anaerobiosi. Poi gli insilati di erba e i foraggi affienati e freschi, inutilizzabili nell’alimentazione dell’uomo. Nella razione di un bovino sono presenti anche alimenti digeribili dall’uomo, ma questi rappresentano appena il 5% del totale (2).

È stato calcolato che un bovino sia in grado di produrre un chilo di proteine assumendo poco più di mezzo chilo di proteine provenienti da alimenti utilizzabili direttamente dall’uomo. In altre parole, il bovino è un contributore netto nella produzione di proteine. E i vantaggi non finiscono qui.

La particolare fisiologia dell’apparato digerente di un bovino offre la possibilità di utilizzare alimenti che residuano dalla lavorazione delle industrie alimentari. Un esempio è quello delle polpe surpressate di barbabietola, un’ottima fonte di energia e fibra che deriva dalla produzione dello zucchero. Poi le borlande di distilleria provenienti dalla lavorazione dei cereali, che vantano un elevato contenuto in proteine.

Per non parlare di quanto rimane dalle lavorazioni delle industrie molitorie, vere e proprie miniere di proteine, energia e fibra, preziose per nutrire gli animali. Inutile elencare le centinaia di questi alimenti, (è riduttivo definirli sottoprodotti), che altrimenti diverrebbero uno scarto di difficile gestione e di forte impatto ambientale.

Sul tema ambientale è necessario soffermarsi un attimo. Il bovino, al pari di ogni altro ruminante (sono tanti, dalle antilopi agli zebù), produce con le sue fermentazioni ruminali del metano che viene immesso in atmosfera. Non molto a dire il vero, ma, nonostante ciò, la ricerca è al lavoro per ridurre queste emissioni intervenendo sulla genetica e sull’alimentazione.

Molto si è già ottenuto nella riduzione dei gas climalteranti lavorando sull’efficienza degli allevamenti e sulla produttività dei singoli animali. Il risultato è riassunto in una regoletta matematica: meno animali per maggiore produzione uguale a minore impatto ambientale. C’è poi da aggiungere il ruolo che hanno prati e pascoli e colture foraggere nel sequestrare carbonio dell’atmosfera per “ingabbiarlo” nel terreno. Terreno che viene reso fertile dal letame degli stessi bovini che poi si alimentano su quei prati o che ne utilizzano i foraggi, in un naturale ciclo di economia circolare. C’è chi ha fatto le somme (3) di questo percorso virtuoso e ha scoperto come sia maggiore la quantità di CO2 equivalente che viene sequestrata rispetto a quella emessa. Come per le proteine, anche in questo caso il bovino è un “contributore netto” per il miglioramento ambientale.

Per tornare alla “fame di proteine” che attende il nostro Pianeta, il bovino ci offre la soluzione più convincente per mettere in equilibrio domanda di carne e impatto ambientale. Equilibrio che si ritrova sul piano sociale quando si pensi al ruolo che il bovino può interpretare nei paesi in fase di crescita. Il punto di forza del bovino sta nell’assenza di competizione alimentare con l’uomo e nella grande capacità di adattamento all’ambiente. Non a caso i bovini vantano un ampio ventaglio di razze, segno di grande biodiversità, maggiore di quella di altre specie di interesse zootecnico. A tutto ciò si aggiunge l’eliminazione degli sprechi, grazie alla possibilità di valorizzare residui di altre lavorazioni alimentari. Si calcola che oggi quasi il 70% della produzione mondiale di carne sia soddisfatta da suini e avicoli e circa il 20% dai bovini. Un rapporto che domani, in un mondo più popolato, sarebbe forse opportuno riequilibrare. Molti ne trarrebbero beneficio, ambiente compreso.

1. United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2019). World Population Prospects 2019, Volume I: Comprehensive Tables (ST/ESA/SER.A/426).
2. Mottet, A., Teillard, F., Boettcher, P., De’Besi, G., & Besbes, B. (2018). Domestic herbivores and food security: current contribution, trends and challenges for a sustainable development. Animal, 12(s2), s188-s198.
3. De Vivo, R., & Zicarelli, L. (2021). Influence of carbon fixation on the mitigation of greenhouse gas emissions from livestock activities in Italy and the achievement of carbon neutrality. Translational Animal Science, 5(3), txab042.
A cura di
Angelo Gamberini
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Se una stalla chiude
Sostenibilità
25/02/2022
3 min.
Sostenibilità

Allevare bovini non è facile. Richiede conoscenze che vanno dalla biologia all’informatica (tante le tecnologie digitali presenti in stalla). Poi forti investimenti che a loro volta comportano capacità manageriali non comuni e buona preparazione in campo economico. Competenze indispensabili per affrontare un mercato sempre più complesso e in rapido e costante divenire, che rende desueto in breve tempo ciò che prima era economicamente sostenibile. Accade ovunque e a ogni latitudine, ma nelle aree più difficili, come quelle di collina e montagna tutto ciò si complica a dismisura, amplificato da un clima più rigido, da infrastrutture carenti, dalla minore disponibilità di reti di comunicazione.

Accade così che mantenere una stalla di bovini possa trasformarsi in un’attività antieconomica, destinata alla chiusura. Un evento frequente, purtroppo. E quando una stalla chiude non si perde solo un’opportunità economica e sociale, ma sparisce una presenza che assicura il presidio e la cura del territorio, una fonte di alimenti tipici di un determinato ambiente, frutto di una preziosa e irripetibile cultura alimentare. Al contempo si impoverisce un’area agricola, privandola della sostanza organica prodotta dagli animali, indispensabile alla fertilità dei terreni. Danni che si aggiungono all’inevitabile perdita di biodiversità.

Quanto sia frequente la chiusura di un’azienda zootecnica lo evidenziano alcuni numeri sulla consistenza del patrimonio bovino in Italia. Nel 1990 il quarto censimento agricolo Istat conteggiava la presenza di 318.207 allevamenti di bovini. A distanza di trenta anni le rilevazioni dell’Anagrafe Nazionale Zootecnica ci dicono che il loro numero si è ridotto a poco più di 135mila. A gettare la spugna sono state in prevalenza le stalle di dimensioni più piccole e quelle presenti in aree marginali.

L’abbandono degli allevamenti ha coinciso con un’altra trasformazione, all’apparenza positiva. Sono aumentate le aree boschive, che ora contano 11 milioni ettari, con un incremento negli ultimi dieci anni di 587mila ettari, così affermano i numeri diffusi dall’Inventario nazionale delle foreste. In parte è il risultato dell’abbandono dei pascoli, sostituiti dai boschi, ma oggi privi della cura un tempo affidata agli stessi allevatori che quelle zone hanno dovuto lasciare. Così abbiamo più boschi, ma più degradati e più facile preda di incendi (nel 2021 hanno distrutto 160mila ettari), abbiamo più praterie, ma senza controllo, incapaci di trattenere acqua ed evitare frane e smottamenti.

Nemmeno ci si può consolare ricordando che l’aumento delle aree boschive coincide con una maggiore tutela ambientale. Certo, il bosco contribuisce al sequestro di carbonio, utile dunque al contrasto ai cambiamenti climatici. Ma forse non tutti sanno che anche il bovino è in grado di garantire un contributo netto al sequestro di carbonio. In altre parole, è più quello sequestrato dalle attività zootecniche e di coltivazione rispetto a quello emesso (De Vivo, Zicarelli – 2021). Per di più la presenza di un allevamento assicura il presidio del territorio, evita lo spopolamento di colline e montagne e garantisce il recupero di valori sociali oltre che economici.

Alla zootecnia di montagna e collina, o comunque nelle aree “difficili”, andrebbe garantito un percorso “agevolato”, sostenendone la presenza con incentivi di carattere economico e soprattutto rimuovendo immotivati orpelli burocratici. Magari privilegiando le imprese guidate da giovani, oggi più di ieri attenti a un’agricoltura in sintonia con l’ambiente. Sostenibile, come oggi si dice. Cosa che un allevamento di bovini è in grado di garantire.

A cura di
Angelo Gamberini
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Il benessere animale visto da vicino
Sostenibilità
20/01/2022
4 min.
Sostenibilità

Proviamo a entrare insieme in un allevamento di bovini. Troveremo molte tecnologie tese a garantire il maggior benessere possibile per gli animali. A iniziare dalle attrezzature più semplici, come i grandi ventilatori per muovere l’aria e combattere il caldo o le doccette che nebulizzano l’acqua nelle ore più calde dell’estate. Il freddo fa meno paura. Ci ha pensato madre Natura a dotare gli animali di un buon mantello. All’allevatore resterà solo il compito di evitare eccessive correnti d’aria.

Poi un tripudio di tecnologie digitali, a iniziare da quelle per identificare gli animali e misurarne i parametri di salute, capaci di misurare dettagli come l’andamento dei processi digestivi. Sensori di temperatura e umidità provvederanno ad aprire e chiudere finestre, accendere e spegnere luci, somministrare alimenti, controllare con videocamere i movimenti. E quando occorre allertare l’allevatore per richiedere il suo intervento.

Aver attrezzato in questo modo le stalle non è solo un aiuto al lavoro dell’allevatore. Sono strumenti ormai indispensabili per garantire il benessere degli animali. Che non è quello idealizzato da una visione antropocentrica e distorsiva di un’agricoltura bucolica e romantica. Bensì quella definita dalla scienza che riassume il benessere animale in cinque libertà: dalla fame, dai disagi ambientali, dalle malattie, dalla paura, dalla costrizione (dunque libertà di comportamenti naturali). È esattamente quanto viene assicurato in ogni allevamento protetto, termine che dovrebbe sostituire quello di intensivo, spesso additato erroneamente come un luogo inospitale e inadatto agli animali.

Quando ci propongono immagini di animali ammassati l’uno sull’altro, in ambienti sporchi e polverosi, certo anche maleodoranti, non siamo di fronte a un allevamento, ma a un illecito, da denunciare e perseguire. Lo prevede la legge, che in tema di benessere negli allevamenti è precisa e severa. Per fare qualche esempio, nel caso dei bovini sono state da tempo vietate le gabbie per i vitelli. Le troveremo solo quando necessarie per i giovani animali (ma solo nelle prime settimane di vita) oppure nelle “infermerie”, per favorire la guarigione dei malati. Per ogni animale in allevamento è poi fissata la superficie a disposizione, lo spazio procapite delle mangiatoie, la qualità dell’acqua e dell’aria e via elencando.

Ma non si creda che gli allevatori provvedano al benessere degli animali perché lo impone una legge. Semmai si adegueranno a essa per alcuni dettagli, ma il benessere degli animali è la prima preoccupazione di ogni allevatore professionale.

Animali stressati, denutriti e spaventati o peggio ancora maltrattati, sono destinati ad ammalarsi o nella migliore delle ipotesi a ridurre il loro potenziale produttivo. In altre parole, l’azienda che non rispetta il benessere degli animali è destinata al fallimento. È solo questione di tempo.

Negli allevamenti protetti si vuole andare oltre il rispetto delle norme, oltre il semplice benessere animale. Non solo per motivi etici. Ambienti più confortevoli, alimentazione controllata e bilanciata, sistemi di monitoraggio delle condizioni ambientali assicurano animali in perfetta salute. Evitando così malattie il cui costo è doppio, prima per le cure necessarie, poi per le mancate produzioni che ne conseguono.

Questo impegno, più diffuso di quanto si vuol far credere, sfugge però al consumatore, che pure si dice ben disposto a scegliere carne che proviene da allevamenti dove si rispettano i canoni del benessere animale. Troppo anonimi i prodotti di origine animale, che si limitano a farci conoscere nella migliore delle ipotesi il luogo di provenienza della materia prima.

Ma qualcosa, seppure lentamente, si va facendo. Molte le attività delle singole organizzazioni di settore. A queste si aggiungono le iniziative dell’amministrazione pubblica, come il recente SQNBA, cacofonico acronimo di Sistema di qualità nazionale per il benessere animale, che si propone attraverso un apposito sistema di certificazione di valorizzare le produzioni animali ottenute con criteri di eccellenza sul fronte del benessere animale.

Tutte queste iniziative, impossibile ricordarle tutte, pagano tuttavia lo scotto di una scarsa conoscenza da parte del consumatore e di un’altrettanto scarsa penetrazione sul mercato. Ci sarà tempo per migliorare, intanto si prenda atto che ogni bistecca che arriva sulle nostre tavole, proviene da soggetti in perfetta salute e allevati nelle migliori condizioni, rispettando i criteri alla base del benessere animale.

A cura di
Angelo Gamberini
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Emissioni di gas serra del sistema agroalimentare: chi sono i veri responsabili?
Sostenibilità
10/01/2022
4 min.
Sostenibilità

La popolazione mondiale continua a crescere: dagli anni ’60 ad oggi si è più che duplicata passando da 3 miliardi circa di persone ad oltre 7,8 miliardi, e si stima che entro i prossimi 30 anni raggiungeremo la quota di 10 miliardi di abitanti. Questa crescita avrà indubbiamente delle conseguenze sulle future generazioni e rende necessari degli interventi immediati sulla gestione delle risorse e la produzione di cibo. Attualmente, infatti, siamo in grado di produrre in modo sostenibile cibo per appena 3,4 miliardi di persone (1) ma un cambiamento è possibile ed è fondamentale che i nostri sistemi di produzione diventino sempre più efficienti e sostenibili, per far fronte alla crescita mondiale e allo stesso tempo preservare la salute del pianeta.

Proprio in merito all’impatto ambientale della produzione alimentare, è recentissima la notizia che, secondo un nuovo studio condotto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), la fase di trasformazione alimentare potrebbe superare la fase agricola come maggior contributore alle emissioni di gas serra (GHG) del sistema agroalimentare in molti Paesi, a causa della rapida crescita dei processi di trasformazione alimentare, imballaggio, trasporto, vendita al dettaglio, consumo domestico e smaltimento dei rifiuti (2; 3).

Lo studio, che aveva come obiettivo quello di quantificare le emissioni di gas serra nel sistema agroalimentare al fine di allertare i principali responsabili e permettere adeguate misure di mitigazione, ha infatti evidenziato che sia in Europa che in Nord America le emissioni di gas serra dalle fasi di pre e post-produzione della filiera alimentare, fasi quindi non correlate all’attività agricola né ai cambiamenti nell’uso del suolo, rappresentano più della metà delle emissioni totali del sistema agroalimentare. In Paesi come l’Africa e il Sud America, invece, la quota di emissioni dalle fasi di trasformazione alimentare è ad oggi inferiore e pari al 14% ma risulta più che raddoppiata nel corso degli ultimi 30 anni (2; 3).

I dati utilizzati sono quelli del nuovo database FAOSTAT che raccoglie le emissioni di gas serra di 236 Paesi e territori nel periodo 1990-2019 ed è oggi accessibile a tutti sul relativo portale. Dall’analisi è emerso come, nel corso degli ultimi 30 anni, ci sia stato a livello mondiale un aumento del 17% delle emissioni totali di gas serra antropogeniche provenienti dai sistemi agroalimentari, che nel 2019 sono state pari a 16,5 miliardi di tonnellate, ovvero il 31% di tutte le emissioni correlate all’attività dell’uomo. Di questi 16,5 miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra, 7,2 miliardi di tonnellate provenivano dall’interno delle aziende agricole, 3,5 dai cambiamenti di utilizzo del suolo (trasformazione delle foreste in terreni coltivati, ad esempio) e ben 5,8 miliardi di tonnellate dai processi di trasformazione alimentare (2; 3). Inoltre, è stato osservato che nel corso degli ultimi 30 anni le emissioni derivanti dai cambiamenti di utilizzo del suolo, pur rimanendo uno dei più importanti determinanti delle emissioni dei sistemi agroalimentari, sono in realtà diminuite del 25%, mentre le emissioni provenienti dalle aziende agricole sono aumentate solo del 9%. A guidare effettivamente l’aumento delle emissioni complessive di gas serra del sistema agroalimentare è quindi la fase di trasformazione alimentare: le emissioni generate al di fuori dei terreni agricoli, nei processi di pre- e post-produzione lungo le filiere alimentari, hanno un peso sempre maggiore in termini di impatto ambientale (2; 3). Come affermato dal Dottor Tubiello, primo autore dello studio, statistico senior della FAO “ciò ha importanti ripercussioni per le strategie nazionali di mitigazione relative alla produzione alimentare, considerando che fino a poco tempo fa queste si sono concentrate principalmente sulla riduzione di gas diversi dalla CO2 (“non-CO2”) all’interno dell’azienda agricola e sulla CO2 derivante dai cambiamenti di utilizzo del suolo” (2).

 

Riferimenti

  1. Gerten, D., Heck, V., Jägermeyr, J., Bodirsky, B. L., Fetzer, I., Jalava, M., … & Schellnhuber, H. J. (2020). Feeding ten billion people is possible within four terrestrial planetary boundaries. Nature Sustainability, 3(3), 200-208.
  2. Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO). Supply chain joins deforestation and farming practices as main source of emissions in agri-food sector. https://www.fao.org/newsroom/detail/supply-chain-is-growing-source-of-agri-food-GHG-emissions/en.
  3. Tubiello, F. N., Karl, K., Flammini, A., Gütschow, J., Obli-Layrea, G., Conchedda, G., … & Torero, M. (2021). Pre-and post-production processes along supply chains increasingly dominate GHG emissions from agri-food systems globally and in most countries. Earth System Science Data Discussions, 1-24.
A cura di
Giuseppe Pulina
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La “carta di identità” dei bovini
Sostenibilità
09/11/2021
3 min.
Sostenibilità

C’è un “codice fiscale” anche per i bovini, che consente di riconoscerli in modo univoco e senza errori. È scritto su una targhetta (anzi due, una per ogni orecchio) ove sono riportati i dati di ogni singolo animale. Primo passo per garantire la completa tracciabilità, e dunque la sicurezza, di ogni prodotto di origine animale, dalla carne al latte.

Due “orecchini” (in realtà si chiamano marche auricolari) in materiale plastico, di un vivace colore giallo o rosso salmone, con un codice alfanumerico di 14 caratteri che identifica l’animale, il suo proprietario e l’allevamento di provenienza.

Questo “codice identificativo individuale” è registrato nell’Anagrafe bovina, al quale sono obbligatoriamente iscritti tutti gli animali, anche nel caso di allevamenti con un solo capo allevato. I dati dell’Anagrafe zootecnica sono poi collegati alla Banca dati nazionale, dove per ogni struttura di allevamento vengono precisate le caratteristiche, la tipologia produttiva (latte o carne), il sistema di allevamento e altri dettagli.

Una enorme mole di dati, che non riguarda solo i bovini ma tutti gli animali allevati, la cui gestione e responsabilità ricade sul ministero della Salute.

L’Italia, è bene ricordarlo, è uno dei pochi paesi che vede confluire la medicina veterinaria nell’alveo del dicastero della salute, piuttosto che in quello dell’agricoltura. Questo perché si è preferito dare la precedenza al tema sanitario rispetto a quello economico. È lo stesso principio che ha seguito il legislatore nell’affidare la gestione del farmaco veterinario alle farmacie, al pari di quello a uso umano. In altri paesi europei la commercializzazione di questi farmaci è affidata ai veterinari. Intuibili i conflitti di interesse che ne possono sorgere. In Italia risolti all’origine.

L’attenzione alla salute degli animali (e alla sicurezza per l’uomo, di conseguenza) non si ferma qui. A questo percorso obbligato a garanzia di una totale tracciabilità, si affiancano altri strumenti su base volontaria. È il caso di Classyfarm, un’articolata procedura che consente con la collaborazione di allevatori e veterinari di stilare una “graduatoria” di affidabilità, efficienza e rispetto del benessere animale per ogni allevamento. Suggerendo all’allevatore, quando occorre, i miglioramenti da mettere in atto. Il punteggio conseguito può essere valorizzato in etichetta e rappresentare un valore aggiunto.

Una certificazione che si colloca idealmente nel solco delle politiche europee volte a garantire qualità e sostenibilità degli allevamenti. Un percorso che l’Italia vuole anticipare affiancando a Classyfarm il progetto “Sistema di qualità nazionale per il benessere animale”. Un insieme strategico di certificazione delle produzioni animali che possono così vantare prerogative difficilmente riscontrabili altrove.

A cura di
Angelo Gamberini