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Il bovino, un aiuto contro la desertificazione
Sostenibilità
30/03/2022
3 min.
Sostenibilità

L’allevamento del bovino può fornire un importante contributo nel contrastare i cambiamenti climatici e ridurre l’avanzare dei processi di desertificazione. Un’affermazione che sembra in contrasto con talune convinzioni, che vorrebbero imputare all’allevamento le maggiori responsabilità in tema di impatto ambientale. Non è così, come mostrano molte evidenze scientifiche. Ma andiamo con ordine, iniziando dal prendere in esame il tema della desertificazione.

“Degrado delle terre attribuibile a varie cause, fra le quali le variazioni climatiche e le attività antropiche”. Così è stata definita la desertificazione dall’Onu (Rio 1992, Conferenza su ambiente e sviluppo), chiamata a dare una risposta a un problema che già allora era evidente. E che oggi, complice i cambiamenti climatici, si fa ancora più pressante, interessando il bacino del Mediterraneo e dunque anche l’Italia e in particolare alcune aree, anche estese, di Puglia, Sicilia e Sardegna. Coinvolgendo, inaspettatamente, una larga parte della “fertile” Pianura Padana, tanto che circa il 30% della sua superficie è predisposta al rischio di desertificazione.

Non si tratta solo di un evento congiunturale, attribuibile a periodi di siccità, ma di una trasformazione del terreno, che perdendo le sue normali caratteristiche bio-chimiche-fisiche, riduce la capacità di produrre alimenti.

Osservando come il fenomeno si presenta in Italia, si nota la maggiore criticità riscontrata nelle regioni insulari. C’è chi (Enea, progetto Riade) ha cercato di chiarirne le cause. Il clima e la piovosità hanno a questo proposito un ruolo importante, al quale si aggiunge quello delle attività antropiche.

È a questo punto che entra in ballo l’allevamento dei bovini, la cui presenza si dimostra utile per la fertilità del terreno e per il contrasto alla desertificazione. Prendiamo il caso della Sicilia, la più grande regione italiana in quanto a superficie. Modesto però il suo patrimonio bovino, che si ferma a poco oltre 339mila capi (fonte Anagrafe zootecnica), appena il 6% del totale.

E allora la vulnerabilità della pianura Padana come si giustifica? Anche in questo caso un’occhiata alla distribuzione degli allevamenti torna utile. L’area maggiormente a rischio di desertificazione è quella orientale. Più che stalle, si incontrano frutteti, vigneti e poche colture foraggere. Qui la produttività dei terreni è assicurata dagli apporti in azoto, fosforo e potassio, affidati in prevalenza ai concimi chimici. Perfetti per “alimentare” le piante, ma insufficienti a garantire la fertilità del terreno. Fertilità che nasce da un mirabile connubio di elementi chimici, di miliardi di microrganismi e di caratteristiche fisiche capaci di catturare l’acqua e cederla alle piante. In una parola, l’humus.

Fondamentale per l’humus è il letame dei bovini, capace com’è di arricchire il terreno di sostanza organica, migliorandone la struttura fisica, apportando al contempo una preziosa micropopolazione microbica.

Lasciate a “maturare” in concimaia, le deiezioni dei bovini mescolate con la lettiera innescano un processo di fermentazione che opera una sorta di ottimizzazione della popolazione batterica presente, sanificando la massa. L’esito è un prodotto ricco in azoto e fosforo a lento rilascio, che alle proprietà fertilizzanti associa quelle ammendanti. Quando occorre, il processo di maturazione del letame può essere “pilotato” per rispondere alle esigenze agronomiche dei diversi territori ai quali è destinato.

Senza scomodare le più recenti tecnologie per la produzione di biogas e biometano, dove il letame ha dimostrato una sostenibilità persino superiore a quella dell’idrogeno, l’allevamento del bovino si conferma un alleato dell’uomo nella lotta ai cambiamenti climatici. Accade in fase di allevamento, grazie al bilancio positivo nel sequestro di carbonio, e continua nelle fasi successive, favorendo la fertilità dei terreni. Gli stessi terreni che grazie al letame produrranno di più e miglioreranno la loro capacità di ritenzione idrica, allontanando lo spettro della desertificazione.

A cura di
Angelo Gamberini
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Un bovino per sfamare il Pianeta
Sostenibilità
29/03/2022
4 min.
Sostenibilità

La “fame” di proteine è destinata ad aumentare sotto la spinta di due fattori: la crescita della popolazione mondiale, che secondo le stime Onu (1) già oggi conta 8 miliardi di persone, e il miglioramento del tenore di vita nelle aree meno sviluppate.

Crescerà la domanda di carne, capace di assicurare un contenuto in proteine nobili e aminoacidi essenziali, scarsamente presenti nelle produzioni vegetali, e crescerà al contempo la richiesta di alimenti per il bestiame. Un processo che va opportunamente indirizzato per evitare le conseguenze negative sul piano economico, sociale e ambientale di una crescita “disordinata”. E qui entra in gioco l’allevamento dei bovini. Vediamo perché.

Capace com’è di alimentarsi con erbe e fieni, il bovino ha il vantaggio di non entrare in competizione con l’uomo per quanto riguarda il cibo. L’efficienza del suo sistema digerente lo mette in grado di utilizzare alimenti poveri e fibrosi (persino la paglia), che per l’uomo non hanno alcun valore nutritivo.

Nella dieta dei bovini trovano posto gli insilati di mais, dove tutta la pianta (dalle foglie allo stocco) viene opportunamente sminuzzata e conservata in particolari condizioni di parziale anaerobiosi. Poi gli insilati di erba e i foraggi affienati e freschi, inutilizzabili nell’alimentazione dell’uomo. Nella razione di un bovino sono presenti anche alimenti digeribili dall’uomo, ma questi rappresentano appena il 5% del totale (2).

È stato calcolato che un bovino sia in grado di produrre un chilo di proteine assumendo poco più di mezzo chilo di proteine provenienti da alimenti utilizzabili direttamente dall’uomo. In altre parole, il bovino è un contributore netto nella produzione di proteine. E i vantaggi non finiscono qui.

La particolare fisiologia dell’apparato digerente di un bovino offre la possibilità di utilizzare alimenti che residuano dalla lavorazione delle industrie alimentari. Un esempio è quello delle polpe surpressate di barbabietola, un’ottima fonte di energia e fibra che deriva dalla produzione dello zucchero. Poi le borlande di distilleria provenienti dalla lavorazione dei cereali, che vantano un elevato contenuto in proteine.

Per non parlare di quanto rimane dalle lavorazioni delle industrie molitorie, vere e proprie miniere di proteine, energia e fibra, preziose per nutrire gli animali. Inutile elencare le centinaia di questi alimenti, (è riduttivo definirli sottoprodotti), che altrimenti diverrebbero uno scarto di difficile gestione e di forte impatto ambientale.

Sul tema ambientale è necessario soffermarsi un attimo. Il bovino, al pari di ogni altro ruminante (sono tanti, dalle antilopi agli zebù), produce con le sue fermentazioni ruminali del metano che viene immesso in atmosfera. Non molto a dire il vero, ma, nonostante ciò, la ricerca è al lavoro per ridurre queste emissioni intervenendo sulla genetica e sull’alimentazione.

Molto si è già ottenuto nella riduzione dei gas climalteranti lavorando sull’efficienza degli allevamenti e sulla produttività dei singoli animali. Il risultato è riassunto in una regoletta matematica: meno animali per maggiore produzione uguale a minore impatto ambientale. C’è poi da aggiungere il ruolo che hanno prati e pascoli e colture foraggere nel sequestrare carbonio dell’atmosfera per “ingabbiarlo” nel terreno. Terreno che viene reso fertile dal letame degli stessi bovini che poi si alimentano su quei prati o che ne utilizzano i foraggi, in un naturale ciclo di economia circolare. C’è chi ha fatto le somme (3) di questo percorso virtuoso e ha scoperto come sia maggiore la quantità di CO2 equivalente che viene sequestrata rispetto a quella emessa. Come per le proteine, anche in questo caso il bovino è un “contributore netto” per il miglioramento ambientale.

Per tornare alla “fame di proteine” che attende il nostro Pianeta, il bovino ci offre la soluzione più convincente per mettere in equilibrio domanda di carne e impatto ambientale. Equilibrio che si ritrova sul piano sociale quando si pensi al ruolo che il bovino può interpretare nei paesi in fase di crescita. Il punto di forza del bovino sta nell’assenza di competizione alimentare con l’uomo e nella grande capacità di adattamento all’ambiente. Non a caso i bovini vantano un ampio ventaglio di razze, segno di grande biodiversità, maggiore di quella di altre specie di interesse zootecnico. A tutto ciò si aggiunge l’eliminazione degli sprechi, grazie alla possibilità di valorizzare residui di altre lavorazioni alimentari. Si calcola che oggi quasi il 70% della produzione mondiale di carne sia soddisfatta da suini e avicoli e circa il 20% dai bovini. Un rapporto che domani, in un mondo più popolato, sarebbe forse opportuno riequilibrare. Molti ne trarrebbero beneficio, ambiente compreso.

1. United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2019). World Population Prospects 2019, Volume I: Comprehensive Tables (ST/ESA/SER.A/426).
2. Mottet, A., Teillard, F., Boettcher, P., De’Besi, G., & Besbes, B. (2018). Domestic herbivores and food security: current contribution, trends and challenges for a sustainable development. Animal, 12(s2), s188-s198.
3. De Vivo, R., & Zicarelli, L. (2021). Influence of carbon fixation on the mitigation of greenhouse gas emissions from livestock activities in Italy and the achievement of carbon neutrality. Translational Animal Science, 5(3), txab042.
A cura di
Angelo Gamberini
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Se una stalla chiude
Sostenibilità
25/02/2022
3 min.
Sostenibilità

Allevare bovini non è facile. Richiede conoscenze che vanno dalla biologia all’informatica (tante le tecnologie digitali presenti in stalla). Poi forti investimenti che a loro volta comportano capacità manageriali non comuni e buona preparazione in campo economico. Competenze indispensabili per affrontare un mercato sempre più complesso e in rapido e costante divenire, che rende desueto in breve tempo ciò che prima era economicamente sostenibile. Accade ovunque e a ogni latitudine, ma nelle aree più difficili, come quelle di collina e montagna tutto ciò si complica a dismisura, amplificato da un clima più rigido, da infrastrutture carenti, dalla minore disponibilità di reti di comunicazione.

Accade così che mantenere una stalla di bovini possa trasformarsi in un’attività antieconomica, destinata alla chiusura. Un evento frequente, purtroppo. E quando una stalla chiude non si perde solo un’opportunità economica e sociale, ma sparisce una presenza che assicura il presidio e la cura del territorio, una fonte di alimenti tipici di un determinato ambiente, frutto di una preziosa e irripetibile cultura alimentare. Al contempo si impoverisce un’area agricola, privandola della sostanza organica prodotta dagli animali, indispensabile alla fertilità dei terreni. Danni che si aggiungono all’inevitabile perdita di biodiversità.

Quanto sia frequente la chiusura di un’azienda zootecnica lo evidenziano alcuni numeri sulla consistenza del patrimonio bovino in Italia. Nel 1990 il quarto censimento agricolo Istat conteggiava la presenza di 318.207 allevamenti di bovini. A distanza di trenta anni le rilevazioni dell’Anagrafe Nazionale Zootecnica ci dicono che il loro numero si è ridotto a poco più di 135mila. A gettare la spugna sono state in prevalenza le stalle di dimensioni più piccole e quelle presenti in aree marginali.

L’abbandono degli allevamenti ha coinciso con un’altra trasformazione, all’apparenza positiva. Sono aumentate le aree boschive, che ora contano 11 milioni ettari, con un incremento negli ultimi dieci anni di 587mila ettari, così affermano i numeri diffusi dall’Inventario nazionale delle foreste. In parte è il risultato dell’abbandono dei pascoli, sostituiti dai boschi, ma oggi privi della cura un tempo affidata agli stessi allevatori che quelle zone hanno dovuto lasciare. Così abbiamo più boschi, ma più degradati e più facile preda di incendi (nel 2021 hanno distrutto 160mila ettari), abbiamo più praterie, ma senza controllo, incapaci di trattenere acqua ed evitare frane e smottamenti.

Nemmeno ci si può consolare ricordando che l’aumento delle aree boschive coincide con una maggiore tutela ambientale. Certo, il bosco contribuisce al sequestro di carbonio, utile dunque al contrasto ai cambiamenti climatici. Ma forse non tutti sanno che anche il bovino è in grado di garantire un contributo netto al sequestro di carbonio. In altre parole, è più quello sequestrato dalle attività zootecniche e di coltivazione rispetto a quello emesso (De Vivo, Zicarelli – 2021). Per di più la presenza di un allevamento assicura il presidio del territorio, evita lo spopolamento di colline e montagne e garantisce il recupero di valori sociali oltre che economici.

Alla zootecnia di montagna e collina, o comunque nelle aree “difficili”, andrebbe garantito un percorso “agevolato”, sostenendone la presenza con incentivi di carattere economico e soprattutto rimuovendo immotivati orpelli burocratici. Magari privilegiando le imprese guidate da giovani, oggi più di ieri attenti a un’agricoltura in sintonia con l’ambiente. Sostenibile, come oggi si dice. Cosa che un allevamento di bovini è in grado di garantire.

A cura di
Angelo Gamberini
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Il benessere animale visto da vicino
Sostenibilità
20/01/2022
4 min.
Sostenibilità

Proviamo a entrare insieme in un allevamento di bovini. Troveremo molte tecnologie tese a garantire il maggior benessere possibile per gli animali. A iniziare dalle attrezzature più semplici, come i grandi ventilatori per muovere l’aria e combattere il caldo o le doccette che nebulizzano l’acqua nelle ore più calde dell’estate. Il freddo fa meno paura. Ci ha pensato madre Natura a dotare gli animali di un buon mantello. All’allevatore resterà solo il compito di evitare eccessive correnti d’aria.

Poi un tripudio di tecnologie digitali, a iniziare da quelle per identificare gli animali e misurarne i parametri di salute, capaci di misurare dettagli come l’andamento dei processi digestivi. Sensori di temperatura e umidità provvederanno ad aprire e chiudere finestre, accendere e spegnere luci, somministrare alimenti, controllare con videocamere i movimenti. E quando occorre allertare l’allevatore per richiedere il suo intervento.

Aver attrezzato in questo modo le stalle non è solo un aiuto al lavoro dell’allevatore. Sono strumenti ormai indispensabili per garantire il benessere degli animali. Che non è quello idealizzato da una visione antropocentrica e distorsiva di un’agricoltura bucolica e romantica. Bensì quella definita dalla scienza che riassume il benessere animale in cinque libertà: dalla fame, dai disagi ambientali, dalle malattie, dalla paura, dalla costrizione (dunque libertà di comportamenti naturali). È esattamente quanto viene assicurato in ogni allevamento protetto, termine che dovrebbe sostituire quello di intensivo, spesso additato erroneamente come un luogo inospitale e inadatto agli animali.

Quando ci propongono immagini di animali ammassati l’uno sull’altro, in ambienti sporchi e polverosi, certo anche maleodoranti, non siamo di fronte a un allevamento, ma a un illecito, da denunciare e perseguire. Lo prevede la legge, che in tema di benessere negli allevamenti è precisa e severa. Per fare qualche esempio, nel caso dei bovini sono state da tempo vietate le gabbie per i vitelli. Le troveremo solo quando necessarie per i giovani animali (ma solo nelle prime settimane di vita) oppure nelle “infermerie”, per favorire la guarigione dei malati. Per ogni animale in allevamento è poi fissata la superficie a disposizione, lo spazio procapite delle mangiatoie, la qualità dell’acqua e dell’aria e via elencando.

Ma non si creda che gli allevatori provvedano al benessere degli animali perché lo impone una legge. Semmai si adegueranno a essa per alcuni dettagli, ma il benessere degli animali è la prima preoccupazione di ogni allevatore professionale.

Animali stressati, denutriti e spaventati o peggio ancora maltrattati, sono destinati ad ammalarsi o nella migliore delle ipotesi a ridurre il loro potenziale produttivo. In altre parole, l’azienda che non rispetta il benessere degli animali è destinata al fallimento. È solo questione di tempo.

Negli allevamenti protetti si vuole andare oltre il rispetto delle norme, oltre il semplice benessere animale. Non solo per motivi etici. Ambienti più confortevoli, alimentazione controllata e bilanciata, sistemi di monitoraggio delle condizioni ambientali assicurano animali in perfetta salute. Evitando così malattie il cui costo è doppio, prima per le cure necessarie, poi per le mancate produzioni che ne conseguono.

Questo impegno, più diffuso di quanto si vuol far credere, sfugge però al consumatore, che pure si dice ben disposto a scegliere carne che proviene da allevamenti dove si rispettano i canoni del benessere animale. Troppo anonimi i prodotti di origine animale, che si limitano a farci conoscere nella migliore delle ipotesi il luogo di provenienza della materia prima.

Ma qualcosa, seppure lentamente, si va facendo. Molte le attività delle singole organizzazioni di settore. A queste si aggiungono le iniziative dell’amministrazione pubblica, come il recente SQNBA, cacofonico acronimo di Sistema di qualità nazionale per il benessere animale, che si propone attraverso un apposito sistema di certificazione di valorizzare le produzioni animali ottenute con criteri di eccellenza sul fronte del benessere animale.

Tutte queste iniziative, impossibile ricordarle tutte, pagano tuttavia lo scotto di una scarsa conoscenza da parte del consumatore e di un’altrettanto scarsa penetrazione sul mercato. Ci sarà tempo per migliorare, intanto si prenda atto che ogni bistecca che arriva sulle nostre tavole, proviene da soggetti in perfetta salute e allevati nelle migliori condizioni, rispettando i criteri alla base del benessere animale.

A cura di
Angelo Gamberini
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Emissioni di gas serra del sistema agroalimentare: chi sono i veri responsabili?
Sostenibilità
10/01/2022
4 min.
Sostenibilità

La popolazione mondiale continua a crescere: dagli anni ’60 ad oggi si è più che duplicata passando da 3 miliardi circa di persone ad oltre 7,8 miliardi, e si stima che entro i prossimi 30 anni raggiungeremo la quota di 10 miliardi di abitanti. Questa crescita avrà indubbiamente delle conseguenze sulle future generazioni e rende necessari degli interventi immediati sulla gestione delle risorse e la produzione di cibo. Attualmente, infatti, siamo in grado di produrre in modo sostenibile cibo per appena 3,4 miliardi di persone (1) ma un cambiamento è possibile ed è fondamentale che i nostri sistemi di produzione diventino sempre più efficienti e sostenibili, per far fronte alla crescita mondiale e allo stesso tempo preservare la salute del pianeta.

Proprio in merito all’impatto ambientale della produzione alimentare, è recentissima la notizia che, secondo un nuovo studio condotto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), la fase di trasformazione alimentare potrebbe superare la fase agricola come maggior contributore alle emissioni di gas serra (GHG) del sistema agroalimentare in molti Paesi, a causa della rapida crescita dei processi di trasformazione alimentare, imballaggio, trasporto, vendita al dettaglio, consumo domestico e smaltimento dei rifiuti (2; 3).

Lo studio, che aveva come obiettivo quello di quantificare le emissioni di gas serra nel sistema agroalimentare al fine di allertare i principali responsabili e permettere adeguate misure di mitigazione, ha infatti evidenziato che sia in Europa che in Nord America le emissioni di gas serra dalle fasi di pre e post-produzione della filiera alimentare, fasi quindi non correlate all’attività agricola né ai cambiamenti nell’uso del suolo, rappresentano più della metà delle emissioni totali del sistema agroalimentare. In Paesi come l’Africa e il Sud America, invece, la quota di emissioni dalle fasi di trasformazione alimentare è ad oggi inferiore e pari al 14% ma risulta più che raddoppiata nel corso degli ultimi 30 anni (2; 3).

I dati utilizzati sono quelli del nuovo database FAOSTAT che raccoglie le emissioni di gas serra di 236 Paesi e territori nel periodo 1990-2019 ed è oggi accessibile a tutti sul relativo portale. Dall’analisi è emerso come, nel corso degli ultimi 30 anni, ci sia stato a livello mondiale un aumento del 17% delle emissioni totali di gas serra antropogeniche provenienti dai sistemi agroalimentari, che nel 2019 sono state pari a 16,5 miliardi di tonnellate, ovvero il 31% di tutte le emissioni correlate all’attività dell’uomo. Di questi 16,5 miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra, 7,2 miliardi di tonnellate provenivano dall’interno delle aziende agricole, 3,5 dai cambiamenti di utilizzo del suolo (trasformazione delle foreste in terreni coltivati, ad esempio) e ben 5,8 miliardi di tonnellate dai processi di trasformazione alimentare (2; 3). Inoltre, è stato osservato che nel corso degli ultimi 30 anni le emissioni derivanti dai cambiamenti di utilizzo del suolo, pur rimanendo uno dei più importanti determinanti delle emissioni dei sistemi agroalimentari, sono in realtà diminuite del 25%, mentre le emissioni provenienti dalle aziende agricole sono aumentate solo del 9%. A guidare effettivamente l’aumento delle emissioni complessive di gas serra del sistema agroalimentare è quindi la fase di trasformazione alimentare: le emissioni generate al di fuori dei terreni agricoli, nei processi di pre- e post-produzione lungo le filiere alimentari, hanno un peso sempre maggiore in termini di impatto ambientale (2; 3). Come affermato dal Dottor Tubiello, primo autore dello studio, statistico senior della FAO “ciò ha importanti ripercussioni per le strategie nazionali di mitigazione relative alla produzione alimentare, considerando che fino a poco tempo fa queste si sono concentrate principalmente sulla riduzione di gas diversi dalla CO2 (“non-CO2”) all’interno dell’azienda agricola e sulla CO2 derivante dai cambiamenti di utilizzo del suolo” (2).

 

Riferimenti

  1. Gerten, D., Heck, V., Jägermeyr, J., Bodirsky, B. L., Fetzer, I., Jalava, M., … & Schellnhuber, H. J. (2020). Feeding ten billion people is possible within four terrestrial planetary boundaries. Nature Sustainability, 3(3), 200-208.
  2. Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO). Supply chain joins deforestation and farming practices as main source of emissions in agri-food sector. https://www.fao.org/newsroom/detail/supply-chain-is-growing-source-of-agri-food-GHG-emissions/en.
  3. Tubiello, F. N., Karl, K., Flammini, A., Gütschow, J., Obli-Layrea, G., Conchedda, G., … & Torero, M. (2021). Pre-and post-production processes along supply chains increasingly dominate GHG emissions from agri-food systems globally and in most countries. Earth System Science Data Discussions, 1-24.
A cura di
Giuseppe Pulina
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La “carta di identità” dei bovini
Sostenibilità
09/11/2021
3 min.
Sostenibilità

C’è un “codice fiscale” anche per i bovini, che consente di riconoscerli in modo univoco e senza errori. È scritto su una targhetta (anzi due, una per ogni orecchio) ove sono riportati i dati di ogni singolo animale. Primo passo per garantire la completa tracciabilità, e dunque la sicurezza, di ogni prodotto di origine animale, dalla carne al latte.

Due “orecchini” (in realtà si chiamano marche auricolari) in materiale plastico, di un vivace colore giallo o rosso salmone, con un codice alfanumerico di 14 caratteri che identifica l’animale, il suo proprietario e l’allevamento di provenienza.

Questo “codice identificativo individuale” è registrato nell’Anagrafe bovina, al quale sono obbligatoriamente iscritti tutti gli animali, anche nel caso di allevamenti con un solo capo allevato. I dati dell’Anagrafe zootecnica sono poi collegati alla Banca dati nazionale, dove per ogni struttura di allevamento vengono precisate le caratteristiche, la tipologia produttiva (latte o carne), il sistema di allevamento e altri dettagli.

Una enorme mole di dati, che non riguarda solo i bovini ma tutti gli animali allevati, la cui gestione e responsabilità ricade sul ministero della Salute.

L’Italia, è bene ricordarlo, è uno dei pochi paesi che vede confluire la medicina veterinaria nell’alveo del dicastero della salute, piuttosto che in quello dell’agricoltura. Questo perché si è preferito dare la precedenza al tema sanitario rispetto a quello economico. È lo stesso principio che ha seguito il legislatore nell’affidare la gestione del farmaco veterinario alle farmacie, al pari di quello a uso umano. In altri paesi europei la commercializzazione di questi farmaci è affidata ai veterinari. Intuibili i conflitti di interesse che ne possono sorgere. In Italia risolti all’origine.

L’attenzione alla salute degli animali (e alla sicurezza per l’uomo, di conseguenza) non si ferma qui. A questo percorso obbligato a garanzia di una totale tracciabilità, si affiancano altri strumenti su base volontaria. È il caso di Classyfarm, un’articolata procedura che consente con la collaborazione di allevatori e veterinari di stilare una “graduatoria” di affidabilità, efficienza e rispetto del benessere animale per ogni allevamento. Suggerendo all’allevatore, quando occorre, i miglioramenti da mettere in atto. Il punteggio conseguito può essere valorizzato in etichetta e rappresentare un valore aggiunto.

Una certificazione che si colloca idealmente nel solco delle politiche europee volte a garantire qualità e sostenibilità degli allevamenti. Un percorso che l’Italia vuole anticipare affiancando a Classyfarm il progetto “Sistema di qualità nazionale per il benessere animale”. Un insieme strategico di certificazione delle produzioni animali che possono così vantare prerogative difficilmente riscontrabili altrove.

A cura di
Angelo Gamberini
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Il bovino e l’economia circolare
Sostenibilità
09/11/2021
3 min.
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Quello dei nutrizionisti che si occupano di alimentazione dei bovini è un mondo affascinante e inestricabile per i non addetti ai lavori. Un po’ dietologi e un po’ alchimisti, devono vedersela con sigle astruse come NDF (fibra neutro detersa) o UF (unità foraggere), parole arcane come steaming-up o proteine by-pass. E poi formule a volontà per calcolare i fabbisogni in funzione dell’indirizzo produttivo e dello stato fisiologico degli animali.

Perché tanta complessità? Come affermano alcuni nutrizionisti, estremizzando il concetto, non è necessario alimentare i bovini, ma è importante nutrire i miliardi di batteri, protozoi e funghi che abitano nel loro apparato digerente e che lo rendono un erbivoro perfetto. Il bovino, infatti, ha la capacità di trarre nutrimento da alimenti poveri, come possono esserlo fieni ed erbe, grazie alla presenza di quattro stomaci e in particolare del rumine.

Ma basta poco per modificare il delicato equilibrio che si realizza nel rumine e compromettere tutto, anche la salute dell’animale. Per questo le ricerche sull’alimentazione dei bovini vantano una lunga storia e conoscenze approfondite su ogni componente della razione.

Si scopre allora che non tutta l’erba è uguale e nemmeno lo sono gli altri alimenti che possono entrare nella mangiatoia.

Da una parte le leguminose, che vantano la presenza nelle loro radici di un batterio simbionte, il Rhizobium leguminosarum, grazie al quale la pianta è in grado di catturare l’azoto atmosferico e aumentare il tenore in proteine. Di questa famiglia una fra le più utilizzate è l’erba medica, nome evocativo di proprietà nutraceutiche. Poi il grande gruppo delle graminacee che compongono i prati polifiti, indispensabili per la qualità delle loro fibre, fondamentali per il corretto “lavoro” del rumine.

Quando il pascolo non è possibile, la conservazione di questi alimenti è affidata alla fienagione. Pratica antica che affida al sole il compito di togliere l’acqua in eccesso, mantenendo pressoché inalterate le caratteristiche nutritive delle erbe trasformate in fieno. Se il calore del sole non basta, si ricorre alla disidratazione in appositi impianti. Costosa, ma assai efficiente nel conservare tutte le proprietà nutritive della pianta.

Un cenno a parte merita la pratica dell’insilamento. I vegetali, opportunamente triturati, sono compressi e collocati in ambienti privi o quasi di aria, lasciando che le fermentazioni che si instaurano in queste condizioni provvedano alla loro conservabilità. Principale protagonista di questa “formula” è il mais, raccolto a uno stadio di maturazione precoce. Non solo il tutolo con il suo carico di semi, ma tutta l’enorme massa vegetale di questa pianta, che nella sua crescita ha contribuito a sequestrare carbonio, producendo ossigeno e migliorando l’ambiente.

In alcuni casi, in particolare quando la richiesta fisiologica di proteine è elevata, gli insilati sono arricchiti con alimenti ad elevato contenuto proteico. Il pensiero corre alla soia, leguminosa che vanta alte percentuali di proteine. Che possono tuttavia giungere da fonti, per dire, meno “nobili”. Un lungo elenco nel quale figurano le trebbie di birreria, le polpe surpressate di barbabietola o i tanti prodotti derivati dalle lavorazioni in imprese agroalimentari, come molini, pastifici e industrie conserviere

Tutti alimenti (è improprio e riduttivo chiamarli sottoprodotti) che all’indiscussa salubrità accomunano una ricchezza nutrizionale che andrebbe altrimenti sprecata. Non solo, il loro smaltimento, in assenza dei bovini, sarebbe motivo di costi e di un considerevole impatto ambientale. Quel filo d’erba, quello stocco di mais e ciò che resta della birra che stiamo gustando, ci vengono restituiti sotto forma di proteine nobili della carne e del latte, insieme a vitamine indispensabili e preziosi minerali. Un esempio di economia circolare che ha come protagonista il bovino.

A cura di
Angelo Gamberini
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Il bovino, vegano secondo natura
Sostenibilità
17/09/2021
3 min.
Sostenibilità

La bocca di un animale può rivelare molte cose, come l’età, lo stato di salute, le abitudini alimentari. E se si guarda in bocca un bovino e si osservano i suoi denti scopriremo di essere di fronte a un erbivoro perfetto.

Ci stupirà la totale assenza di canini, quelli che i carnivori (e gli onnivori, uomo compreso) utilizzano per sminuzzare la carne. E poi la mancanza di incisivi sulla mascella, al loro posto un cercine gengivale fibroso, una sorta di “callo”, che insieme agli otto incisivi della mandibola funzionano come una pinza per strappare l’erba. Ai 24 grandi molari, infine, è lasciato il compito di triturare il cibo.

Per fare del bovino un erbivoro perfetto non bastano le caratteristiche della sua bocca. Trasformare cellulosa e lignina dei vegetali in preziose proteine animali richiede ben altro. Un compito affidato a una “batteria” di stomaci che iniziano con il rumine e dopo reticolo e omaso terminano con lo stomaco vero e proprio (abomaso).

Formidabile il lavoro svolto dal rumine, un vero e proprio laboratorio biologico dove miliardi di batteri, protozoi e funghi lavorano instancabilmente nell’aggredire le parti indigeribili dei vegetali (cellulosa e emicellulose) per trasformarle in energia (acidi grassi volatili) e per renderle aggredibili dai succhi digestivi dell’abomaso e assimilabili dall’intestino. Un lavoro lungo, che richiede la collaborazione dell’animale, che dovrà mantenere in movimento il cibo introdotto nel rumine. Poi di richiamarlo alla bocca (ruminazione) per un’ulteriore masticazione e per arricchirlo di saliva, fondamentale per il suo ruolo tampone.

Nel rumine si svolge un’altra mirabolante trasformazione. I miliardi di microrganismi presenti concludono il loro ciclo vitale divenendo a loro volta fonte di proteine nobili, grassi e polisaccaridi assimilabili dal bovino. Prima ancora quegli stessi microrganismi avranno sintetizzato varie vitamine, ad esempio del gruppo B, quelle che l’uomo è costretto ad assumere come integratori quando decide di “imitare” i bovini, allontanando la carne dalla propria dieta.

È grazie a questa straordinaria sinergia fra animale e microrganismi del suo rumine che il bovino può assumere vegetali di scarso valore nutritivo, come la paglia o lo stocco di mais, per fare un esempio, e trasformarlo in carne e latte. Ma per mantenere il delicato equilibrio biochimico che si realizza nel rumine, occorre grande attenzione a come viene composta la dieta dell’animale. Vale per gli animali in stalla, ma anche per quelli al pascolo.

Non conta solo la quantità, ma anche la qualità delle essenze foraggere e persino la lunghezza delle loro fibre, come pure il rapporto fra energia e proteine che contengono.

Al rumine e al suo lavoro la ricerca in campo nutrizionale ha dedicato un’attenzione “maniacale”, che non ha mancato di dare frutti straordinari. Oggi, con la metà dei bovini presenti in Italia rispetto al secolo scorso, si produce la stessa quantità di carne e di latte di allora. Un merito da condividere con il costante lavoro di selezione e miglioramento genetico delle razze bovine, accompagnato da un affinamento del management di allevamento, sempre più attento alle esigenze degli animali anche sul fronte del loro benessere.

Ottenere di più con meno non è solo una mera questione economica. Si riduce l’impatto ambientale e si ottimizzano le risorse disponibili. E, cosa che non ha eguali, si è migliorata la qualità dei prodotti animali e persino la loro sicurezza, da sempre su livelli eccellenti. Ai bovini e al loro rumine l’umanità dovrebbe essere grata.

A cura di
Angelo Gamberini
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Un bovino aiuterà il mondo
Sostenibilità
17/09/2021
4 min.
Sostenibilità

È un tema che tende a sfuggire dai riflettori dell’informazione, quasi lo si volesse esorcizzare non parlandone. Ma non per questo fame e malnutrizione hanno smesso di mietere vittime. I rapporti annuali della Fao e di Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief) dicono che il numero di persone sottoalimentate e malnutrite è persino in aumento.

Le cifre sono impressionanti. Circa 2 miliardi di persone costrette a vivere con gravi livelli di insicurezza alimentare. Un numero destinato ad aumentare se si tiene conto della crescita demografica. Crescita che si registra con maggiore intensità nei paesi meno sviluppati e dove la fame è più presente. Un fenomeno che si espande con maggiore velocità in Africa.

Che fare? Soluzioni semplici non ne esistono, ma proposte concrete arrivano da chi questi problemi li affronta sul campo, come Cefa, organizzazione che da decenni si occupa di fame e povertà. Sua l’idea, vincente, di ricorrere all’allevamento di bovini per aiutare uno dei distretti più poveri della Tanzania.

Dove si è intervenuti ora esistono le risorse per un autonomo sviluppo economico, sociale e culturale. Un progetto poi replicato più recentemente in Mozambico, uno tra i paesi più poveri del mondo.

Perché puntare sui bovini? Ricordo un’illuminante lettura del libro inchiesta di Martin Caparros dal titolo emblematico: La Fame. Colpisce il suo incontro in Niger con Aisha, una giovane donna intenta a preparare un frugale pasto di frittelle a base di farina di miglio.

Se un mago potesse esaudire ogni tuo desiderio, chiede Caparros ad Aisha, cosa gli chiederesti? “Voglio una vacca che mi dia molto latte” risponde Aisha. “Se vendo il latte in più posso comprare quello che serve per fare più “frittelle”. Ma il mago, replica Caparros, può darti qualunque cosa, tutto quello che vuoi. In un sussurro, risponde Aisha, “Due vacche, così non avrò fame mai più.”

Nella semplicità della risposte di Aisha si coglie la saggezza di chi intuisce la simbiosi che si instaura fra uomo e bovino. Perfetto erbivoro, il bovino si alimenta utilizzando essenze vegetali che per l’uomo non hanno alcun valore nutritivo. Grazie alla conformazione e alla fisiologia del suo apparato digerente, il bovino trasforma questi vegetali in carne e latte, offrendo all’uomo alimenti ricchi e completi. Proteine nobili, con una perfetta dotazione aminoacidica nella carne, preziosa anche per il suo contenuto in vitamine, quelle del gruppo B in particolare, scarsamente rappresentate nel mondo vegetale. Poi minerali come lo zinco, il ferro e il selenio, non meno importanti per la salute.

Nella razione dei bovini si possono escludere le materie prime utilizzabili direttamente dall’uomo. Un prato polifita ricco di essenze foraggere, come si può trovare in ogni area che non sia desertica, può bastare. E in molti casi sarà possibile migliorare questi pascoli con altre essenze vegetali. Graminacee, ma in particolare alcune leguminose, come l’erba medica o la sulla, capaci di catturare l’azoto atmosferico e trasferirlo anche nel terreno. Che risulterà più fertile.

A proposito di fertilità dei terreni, non va dimenticato che il letame dei bovini è uno dei più efficaci fertilizzanti. Dopo la “maturazione”, dove il cumulo si riscalda a tal punto da igienizzare l’intera massa, la miscela di residui vegetali e deiezioni animali si trasforma in un toccasana per i terreni. Non solo apportando nutrienti come azoto, fosforo e potassio, ma migliorando la struttura stessa del terreno, arricchendolo in humus. Un mirabile esempio di economia circolare che ha nel bovino una della sue migliori espressioni.

Se il letame bovino alle nostre latitudini è un modo per ridurre l’impiego dei concimi chimici, nelle aree in via di sviluppo è lo strumento per migliorare le produzioni foraggere e ottenere così più latte e più vitelli, ovvero più carne.

Basta allora “regalare” un bovino per risolvere la fame? Certo che no. Ma questo “regalo”, accompagnato da qualche rudimento di buone pratiche di allevamento, compatibili con l’ambiente al quale si riferiscono, può dare un aiuto concreto. Le esperienze già realizzate sono lì a dimostrarlo.

A cura di
Angelo Gamberini
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Uomo e bovino: una storia che affonda le radici all’origine della civiltà.
Sostenibilità
20/06/2021
4 min.
Sostenibilità

Ci sono prodotti che sono espressione stessa di un territorio, di una storia condivisa, di una cultura. In Italia, questo è il caso della carne. E non solo perché la nostra penisola può vantare alcune delle carni più pregiate e conosciute in tutto il mondo, ma perché proprio nella pratica dell’allevamento risiede il seme della nostra civiltà e la storia ne è testimone, in un intreccio tra leggende e fonti documentali che definiscono la narrazione del rapporto fra uomo e animali dai suoi albori fino ai giorni nostri.

Allevatore fin dalla notte dei tempi

Le primissime testimonianze di allevamento risalgono già al 10.000 a.C., quando la figura del “cacciatore” iniziò progressivamente ad abbandonare arco e frecce e ad addomesticare gli animali più docili, ottenendo in questo modo le risorse che tradizionalmente reperiva abbattendo gli animali selvatici. Avere a disposizione in maniera più duratura e continuativa carne, pelli, uova e latte risultò molto più conveniente, determinando in modo irreversibile l’ascesa dell’allevamento, anche in funzione di una maggiore resa nella nascente agricoltura. Tra i primi animali addomesticati ci furono probabilmente ovini e caprini, seguiti da suini e bovini, a seconda della zona che si considerata: ad esempio, il bove è un animale di antichissima domesticazione per quanto riguarda l’area compresa tra Medio Oriente e India, mentre più recente per quella europea. Una delle prime aree dove l’allevamento venne “istituzionalizzato” fu sicuramente la Mesopotamia del 6.000 a.C. circa, così come l’Egitto dei faraoni, dove animali domestici come il toro venivano usati per le rappresentazioni delle divinità. In tutta la Mezzaluna Fertile durante il terzo e secondo millennio a.C. si verificò un intensificarsi non solo della pastorizia in sé, ma anche un progressivo affinamento della pratica armentizia, focalizzato soprattutto sulla selezione delle razze, al fine di ottenere esemplari sempre migliori. Non fu però solo il Vicino Oriente a custodire i primi germogli di una pratica destinata a durare nei millenni. Infatti, anche in Europa, seppur in tempi più recenti, nuclei geopolitici che spontaneamente si adoperarono nello sviluppo dell’allevamento, quali le popolazioni delle regioni affacciate sul Mediterraneo, storicamente le più ricettive nei confronti delle innovazioni provenienti da Oriente anche grazie all’interscambio culturale operato per secoli da Fenici e Greci.

Un nome, un destino

Il nome Italia trae origine da una tradizione classica che trova il suo epicentro geografico nell’estremità meridionale della Calabria, e solo con l’espansione romana il nome si diffuse capillarmente nel resto della penisola, per essere poi ufficializzato nel 42 a.C. da Ottaviano Augusto. Come afferma Carla Marcato, professoressa di Linguistica Italiana all’Università di Udine, la coniazione di “Italia” è incerta, in quanto si suppone derivi dal sostantivo Viteliu in lingua osca, o da vitluf, “vitello”, in lingua umbra, latinizzato poi in vitulus. Secondo altri studi, il termine Italia deriverebbe da un popolo pre-romano primigenio, gli Itali, che si sarebbero dati questo nome per celebrare l’antico uso di divinizzare l’animale totem del clan, il vitello, o in alternativa per definirsi “figli del toro”.

Quando la leggenda diventa realtà

Tutte le ricerche sull’origine del nome Italia convergono verso la certezza storica che, già prima dell’espansione romana, la nostra penisola fu sede di una diffusa attività agro-pastorale caratterizzata dalla prevalente a presenza dei bovini. Secondo lo storico romano Varrone, infatti, l’allevamento ricoprì un ruolo indispensabile anche molto tempo dopo l’introduzione dell’agricoltura, al punto tale che nella memoria legata alla fondazione di Roma, il contesto economico è sempre stato illustrato con forte valenza pastorale, associando i primi re leggendari a “professionisti dell’allevamento”. La stessa nascita di Roma potrebbe essere avvenuta in occasione della festa pastorale dei Palilia, dedicata a Pales, la dea dei pastori e della pastorizia. La figura del pastore ebbe la sua evoluzione nel corso dell’età repubblicana, durante la quale acquisirono rilevanza i patrimoni costituiti da greggi o mandrie di grandi dimensioni, e di conseguenza i loro proprietari divennero personaggi di fondamentale importanza sociale ed economica. Solo nella tarda Repubblica l’allevamento divenne un affare di competenza anche della classe equestre e senatoria. L’importanza dell’allevamento in epoca romana traspare anche grazie a Virgilio, il quale nelle Georgiche descrive i metodi migliori per governare e curare il bestiame di grossa e piccola taglia. Spicca qui la figura del pastore nordafricano, nobilitato dal paragone col legionario romano, che porta con sé tutto ciò che possiede: tenda, focolare, utensili, cane e armi. Serviranno le riforme dei Gracchi per far assestare all’agricoltura il primo vero e duro colpo nei confronti l’allevamento, che tuttavia riuscì comunque a rimanere uno dei pilastri sociali della penisola e a rifiorire, neanche troppo tempo dopo, con la riorganizzazione politica dell’Italia medievale.

A cura di
Giuseppe Pulina