Indietro
Uomo e bovino: una storia che affonda le radici all’origine della civiltà.
Sostenibilità
20/06/2021
4 min.
Sostenibilità

Ci sono prodotti che sono espressione stessa di un territorio, di una storia condivisa, di una cultura. In Italia, questo è il caso della carne. E non solo perché la nostra penisola può vantare alcune delle carni più pregiate e conosciute in tutto il mondo, ma perché proprio nella pratica dell’allevamento risiede il seme della nostra civiltà e la storia ne è testimone, in un intreccio tra leggende e fonti documentali che definiscono la narrazione del rapporto fra uomo e animali dai suoi albori fino ai giorni nostri.

Allevatore fin dalla notte dei tempi

Le primissime testimonianze di allevamento risalgono già al 10.000 a.C., quando la figura del “cacciatore” iniziò progressivamente ad abbandonare arco e frecce e ad addomesticare gli animali più docili, ottenendo in questo modo le risorse che tradizionalmente reperiva abbattendo gli animali selvatici. Avere a disposizione in maniera più duratura e continuativa carne, pelli, uova e latte risultò molto più conveniente, determinando in modo irreversibile l’ascesa dell’allevamento, anche in funzione di una maggiore resa nella nascente agricoltura. Tra i primi animali addomesticati ci furono probabilmente ovini e caprini, seguiti da suini e bovini, a seconda della zona che si considerata: ad esempio, il bove è un animale di antichissima domesticazione per quanto riguarda l’area compresa tra Medio Oriente e India, mentre più recente per quella europea. Una delle prime aree dove l’allevamento venne “istituzionalizzato” fu sicuramente la Mesopotamia del 6.000 a.C. circa, così come l’Egitto dei faraoni, dove animali domestici come il toro venivano usati per le rappresentazioni delle divinità. In tutta la Mezzaluna Fertile durante il terzo e secondo millennio a.C. si verificò un intensificarsi non solo della pastorizia in sé, ma anche un progressivo affinamento della pratica armentizia, focalizzato soprattutto sulla selezione delle razze, al fine di ottenere esemplari sempre migliori. Non fu però solo il Vicino Oriente a custodire i primi germogli di una pratica destinata a durare nei millenni. Infatti, anche in Europa, seppur in tempi più recenti, nuclei geopolitici che spontaneamente si adoperarono nello sviluppo dell’allevamento, quali le popolazioni delle regioni affacciate sul Mediterraneo, storicamente le più ricettive nei confronti delle innovazioni provenienti da Oriente anche grazie all’interscambio culturale operato per secoli da Fenici e Greci.

Un nome, un destino

Il nome Italia trae origine da una tradizione classica che trova il suo epicentro geografico nell’estremità meridionale della Calabria, e solo con l’espansione romana il nome si diffuse capillarmente nel resto della penisola, per essere poi ufficializzato nel 42 a.C. da Ottaviano Augusto. Come afferma Carla Marcato, professoressa di Linguistica Italiana all’Università di Udine, la coniazione di “Italia” è incerta, in quanto si suppone derivi dal sostantivo Viteliu in lingua osca, o da vitluf, “vitello”, in lingua umbra, latinizzato poi in vitulus. Secondo altri studi, il termine Italia deriverebbe da un popolo pre-romano primigenio, gli Itali, che si sarebbero dati questo nome per celebrare l’antico uso di divinizzare l’animale totem del clan, il vitello, o in alternativa per definirsi “figli del toro”.

Quando la leggenda diventa realtà

Tutte le ricerche sull’origine del nome Italia convergono verso la certezza storica che, già prima dell’espansione romana, la nostra penisola fu sede di una diffusa attività agro-pastorale caratterizzata dalla prevalente a presenza dei bovini. Secondo lo storico romano Varrone, infatti, l’allevamento ricoprì un ruolo indispensabile anche molto tempo dopo l’introduzione dell’agricoltura, al punto tale che nella memoria legata alla fondazione di Roma, il contesto economico è sempre stato illustrato con forte valenza pastorale, associando i primi re leggendari a “professionisti dell’allevamento”. La stessa nascita di Roma potrebbe essere avvenuta in occasione della festa pastorale dei Palilia, dedicata a Pales, la dea dei pastori e della pastorizia. La figura del pastore ebbe la sua evoluzione nel corso dell’età repubblicana, durante la quale acquisirono rilevanza i patrimoni costituiti da greggi o mandrie di grandi dimensioni, e di conseguenza i loro proprietari divennero personaggi di fondamentale importanza sociale ed economica. Solo nella tarda Repubblica l’allevamento divenne un affare di competenza anche della classe equestre e senatoria. L’importanza dell’allevamento in epoca romana traspare anche grazie a Virgilio, il quale nelle Georgiche descrive i metodi migliori per governare e curare il bestiame di grossa e piccola taglia. Spicca qui la figura del pastore nordafricano, nobilitato dal paragone col legionario romano, che porta con sé tutto ciò che possiede: tenda, focolare, utensili, cane e armi. Serviranno le riforme dei Gracchi per far assestare all’agricoltura il primo vero e duro colpo nei confronti l’allevamento, che tuttavia riuscì comunque a rimanere uno dei pilastri sociali della penisola e a rifiorire, neanche troppo tempo dopo, con la riorganizzazione politica dell’Italia medievale.

A cura di
Giuseppe Pulina
Indietro
Cosa succederebbe se non ci fossero più allevamenti in Italia?
Sostenibilità
20/06/2021
6 min.
Sostenibilità

Concepire un mondo senza allevamenti è uno sforzo di immaginazione difficile, ma non impossibile. Le conseguenze potrebbero però alterare la realtà in modo radicale, intaccando un patrimonio economico, sociale e culturale fondamentale per il nostro Paese e minando un equilibrio ambientale e paesaggistico che si regge anche sulla presenza e l’azione dei ruminanti nelle aree geografiche in cui sono da sempre presenti.

Il bovino, perché è importante

La ricchezza che ci regalano i bovini deriva dalla loro capacità di trasformare alimenti che noi non potremmo mai utilizzare, perché ricchi in fibre indigeribili e poveri in principi nutrivi quali i foraggi, in una “montagna” di proteine e di micronutrienti indispensabili al nostro benessere e alla nostra salute. Inoltre, i bovini, in quanto ruminanti, sono capaci di “organicare” l’azoto trasformando molecole tossiche, quali i nitrati di cui sono ricchi i vegetali, in proteine nobili che ritroviamo poi nelle loro carni. Questo processo è possibile perché nel rumine-reticolo alberga una micro-popolazione di batteri, protozoi e funghi capaci di degradare la fibra dei foraggi, per noi totalmente indigeribile, e valorizzarne l’azoto: questi animali si sono evoluti introitando una sorta di brodo primordiale che, in assenza di ossigeno, non consuma completamente la sostanza organica, ma la trasforma a vantaggio dell’ospite che ne trae energia e composti azotati, principalmente proteine, di qualità di gran lunga migliore di quelli presenti nei foraggi ingeriti.

La ‘madre’ di molte filiere

Oltre ai preziosi prodotti principali, la carne e il latte, la cui mancata produzione peserebbe notevolmente sulle tasche degli italiani per l’aggravio dovuto alle importazioni, l’allevamento del bovino è una ricca fonte di co-prodotti e sottoprodotti quali pelle e organi interni che possono essere utilizzati per numerosi altri scopi e in settori diversi.

Ecco alcuni esempi:
– le ossa sono utilizzate per la produzione di mangimi per gli animali da compagnia, ma anche di farine proteiche, fertilizzanti, gelatina per uso alimentare;
– la pelle è utilizzata per la produzione di beni durevoli, ma ecologicamente sostenibili in quanto naturali al contrario dei derivati delle plastiche che devono essere smaltite, quali pellami e cuoio: vitello per articoli di lusso (scarpe, borsette, cinture, ecc), vitellone per settore automotive (sedili delle auto), protezioni per divani e cuoieria per foderare internamente le calzature;
– il grasso viene utilizzato nell’industria cosmetica e chimica (saponi), oltre che per uso zootecnico;
– le cartilagini sono impiegate per la produzione di prodotti alimentari addensanti, nonché per la formulazione di pet food e pet toys;
– le parti grasse bovine sono anche impiegate per la produzione di gelatine, utilizzate in ambito farmaceutico per la preparazione di film utili all’incapsulazione dei farmaci;
– il sangue bovino è impiegato per la produzione di fertilizzanti;
– i tessuti valvolari sono impiegati per la preparazione di dispositivi medici (valvole cardiache);
– le colature grasse, il contenuto ruminale e altri scarti sono utilizzati come fonti rinnovabili per la produzione di energia verde (biometano e calore);
– l’abomaso (l’ultimo dei quattro stomaci dei ruminanti), è impiegato dall’industria casearia per la produzione di caglio (l’unico coagulante permesso per la produzione di formaggi DOP quali, ad esempio, il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano);
Anche gli effluenti prodotti dagli animali sono utili perché impiegati come fertilizzanti agricoli (gli unici consentiti nell’agricoltura biologica) o come fonti di energia rinnovabile, determinando un notevole vantaggio ambientale rispetto alla situazione in cui concimi ed energia vengano prodotti per altre vie ‘convenzionali’.

Per favorire uno smaltimento ‘verde’ di liquami, deiezioni, rifiuti organici, sterpaglie ed altri vegetali provenienti dalle attività di allevamento, le aziende agricole hanno ormai dappertutto costruito piccoli impianti a biogas, i quali producono al tempo stesso energia pulita ed utile per l’auto-alimentazione dell’azienda. Inoltre, il digestato che residua dopo il processo di produzione energetica è un ottimo fertilizzante in quanto le parti altamente solubili delle deiezioni sono state fissate e gli odori sgradevoli, abbattuti. Da questo impiego intelligente degli effluenti zootecnici si ottiene, quindi, nuovo valore rappresentato dall’uso dei derivati delle biomasse (biogas e digestato), nonché dalla loro produzione ecosostenibile. Considerando il valore economico delle produzioni principali e quello di utilizzo di tutta la ‘produzione collaterale’ dell’allevamento (basta menzionare nuovamente l’industria calzaturiera e le pelletterie per farsene facilmente un’idea) diventa palese quanto questo comparto rappresenti una ‘fabbrica di valore’ totalmente ecosostenibile per il Paese e in generale per la società contemporanea.

Una perdita per la cultura

In Italia, la figura dell’allevatore ha accompagnato la storia dell’uomo fin dai suoi albori. Ne abbiamo già parlato qui. Ma non è tutto: l’allevatore, infatti, non è soltanto una persona che conosce i cicli produttivi e riproduttivi degli animali, che li seleziona, li cura, li custodisce e tramanda così un mestiere millenario; è anche colui che sa leggere segni e segnali che un allevamento genera continuamente per interpretarli non solo a proprio favore, ma anche a vantaggio dei propri animali. Il rapporto tra allevatore e ambiente, infatti, è strettissimo, non dissimile da quello che l’agricoltore ha con la propria terra.

La sensibilità e l’attenzione unica alla base di questa professione ha consentito agli allevatori italiani di selezionare e custodire le razze bovine che oggi conosciamo: grazie al loro operato millenario, il nostro Paese può vantare alcune delle più pregiate e rinomate etno-popolazioni, varietà genetiche strettamente legate a un territorio di cui sono diventate espressione. Se non protette e valorizzate, le razze locali sono soggette a forte erosione genetica, rischiando così di scomparire con conseguente grave danno per la perdita di biodiversità, per l’economia e per l’identità del posto.

Una perdita… per l’ambiente e il paesaggio!

In Italia, le razze locali svolgono un ruolo fondamentale per il paesaggio e per l’ambiente. La loro capacità di adattarsi a territori ostili, non utilizzabili convenientemente per le coltivazioni, fa sì che queste svolgano una vera e propria opera di “manutenzione” di queste aree, altrimenti destinate ad essere abbandonate e progressivamente a inselvatichirsi. A titolo di esempio, gli alpeggi e i pascoli montani del nord o le aree rurali in regioni quali la Calabria o la Sicilia, rischierebbero la desertificazione antropica senza l’allevamento delle razze locali.
Il ruolo dei bovini nel mantenimento del paesaggio rurale italiano è, poi, rilevante: con la loro presenza, modellano le forme di oltre 1/3 del territorio rurale, regalandoci il mosaico che caratterizza uno dei principali attrattori turistici del Bel Paese.
In definitiva, si può affermare che gli allevamenti hanno stretto un vero e proprio patto con la natura e con i suoi cicli, un equilibrio che potrebbe essere gravemente compromesso se anche solo uno dei tasselli che lo compongono venisse meno.

A cura di
Giuseppe Pulina